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Buona lettura!!!
Grand Canyon
Tutti noi abbiamo i nostri "sogni nel cassetto", chi ne ha di più, chi ne ha di meno, ci sono quelli che sono impossibili da realizzare e ci sono quelli che anche se sembravano impossibili, si realizzano, oggi uno di questi per me si è realizzato: volare in elicottero all'interno del Grand Canyon.
Scalpitavo già da quando si era deciso di passare per il Grand Canyon, ho visto decine di volte nei vari documentari questi tour in elicottero e ho sempre pensato che un giorno mi sarebbe piaciuto farne uno e oggi è successo!
Aiutato dalla solita ragazza dell'albergo, che per la cronaca si chiama Cora, ho prenotato un tour di 30 minuti, ci sarebbe stato anche quello da 50, ma non sapevo come avrebbe reagito la Manu all'elicottero visto che non ci era mai salita.
La compagnia che ci ha consigliato Cora era in effetti la più "giovane" con elicotteri nuovi di zecca, organizzatissima, con telecamere che riprendevano l'esterno del volo e l'interno della cabina, un pilota simpaticissimo che durante il volo ci ha dato spiegazioni e informazioni varie su quello che vedevamo.
Ancora una volta non sono in grado di descrivere la gioia che ho provato: il panorama è qualcosa che lascia senza fiato, visto dall'elicottero in tutta la sua imponenza, il Grand Canyon ti rapisce, non sai più dove guardare da quanti particolari attirano la tua attenzione, uno dei più grandiosi spettacoli dell'architettura della natura!
Dopo il volo abbiamo anche visitato alcuni dei punti di osservazione lungo il Grand Canyon, ma nel cuore io ancora volavo su quell'elicottero, lo devo proprio ammettere.
E così si riparte, destinazione Phoenix per una "sosta tecnica", arrivare direttamente a San Diego dal Grand Canyon vorrebbe dire guidare per almeno 8 o 9 ore e sinceramente siamo pur semper in Viaggio di Nozza no??
L'albergo di Phoenix era veramente spettacolare: una cittadina arrampicata sul costone delle colline intorno alla città, con piscine, cascate interne e chi più ne ha più ne metta, camera con salotto e terrazzino, tutto nuovissimo e immacolato, peccato per i 40°C con abbondante umidità che c'erano di notte al di fuori della camera, rigorosamente innondata di aria condizionata.
L'albergo di Phoenix era veramente spettacolare: una cittadina arrampicata sul costone delle colline intorno alla città, con piscine, cascate interne e chi più ne ha più ne metta, camera con salotto e terrazzino, tutto nuovissimo e immacolato, peccato per i 40°C con abbondante umidità che c'erano di notte al di fuori della camera, rigorosamente innondata di aria condizionata.
Così ora siamo di nuovo in viaggio, con 5 ore e passa di guida da fare per arrivare a San Diego, dove sosteremo per un paio di giorni prima di andare a Maui, la Manu guida, io scrivo al computer e intorno a noi c'è il deserto.
Lago Powell & Antelope Canyon
La sveglia all'alba ha fatto il suo dovere: ci ha permesso di arrivare ad un orario decente nella triste cittadina di Page, sul lago Powell, poco dopo le nove eravamo nel parcheggio dell'ufficio visitatori dell'Antelope Canyon. Gestito interamente dai nativi americani, Navajo per la precisione, il canyon è un'attrazione che richiama persone da tutto il mondo, tanto fa che "Santa Helgrit da Trento", (la nostra agente di viaggio), ci aveva consigliato di essere li almeno un'ora o più prima dell'orario migliore per le visite che è intorno a mezzogiorno, il canyon infatti è un'angusta apertura tra le rocce del deserto, illuminata dal sole nelle ore centrali della giornata, tra le 11 e le 14 raggiunge il massimo della spettacolarità, con effetti di luce sulle pareti rosse che lasciano senza fiato, dalle fontane di luce fino all'effetto "alba/tramonto" il sole in una particolare posizione, visto dal fondo della gola, sembra quasi il paesaggio dell'alba o del tramonto.
A dire il vero, per un paio d'ore ho vissuto le pene dell'inferno, ritrovandomi un muflone incazzato al posto di una mogliettina dolce: pur arrivando alle 9, il tour "perfetto" delle 11:30 era "sold out", la visita infatti non si fa da soli, si lascia la macchina a Page e una guida indiana carica tutti su di un furgone che dopo 20 minuti di viaggio arriva in mezzo al deserto alla gola del canyon, poi lì la guida ti porta nel canyon, spiegando, illustrando e facendo foto dalla posizione migliore con la tua stessa macchina fotografica.
Tornando alla crisi di cui sopra, il tour delle 11:30 era pieno, c'era ancora posto per quello delle 13, che comunque sarebbe già tardi per vedere bene gli effetti di luce di cui parlavo, ma comunque ci hanno messo in "lista" nel caso qualche prenotazione non si presentasse.
Nelle due ore di attesa, mentre la Manu ancora sbuffava, abbiamo visitato l'esterno della diga idroelettrica del lago Powell, deformazione professionale della mia Signora, che nel frattempo, tra una foto con una turbina della centrale e un bel panorama del lago si era quasi rassegnata.
Dopo un'interessante anche se marginale, visita alla diga, (non abbiamo fatto il vero e proprio tour all'interno per mancanza di tempo), siamo tornati all'ufficio dei Navajo, sperando in qualche defezione dei prenotati e così è stato!
Felici come una pasqua siamo saliti sul forgone scoperto dei tour e siamo partiti per il canyon, dopo una decina di minuti di fuori strada nel deserto che hanno messo a dura prova i nostri fondo schiena siamo arrivati e l'esperienza è stata incredibile.
Sinceramente faccio fatica a esprimere la magia di quell'angusta apertura strappata al deserto, il modo in cui l'acqua delle innondazioni ha levigato le pareti, i colori che la luce del sole, intrufolandosi dalla stretta apertura, regala ai visitatori, luci e ombre, colori e sfumature che sono sempre diverse, ogni due minuti infatti, la diversa posizione del sole cambia il modo in cui i suoi raggi entrano nel canyon e tutto cambia.
Con ancora la magia dell'Antelope Canyon negli occhi siamo partiti per la tappa successiva: il più famoso Grand Canyon.
Arrivati in albergo, ci siamo trovati di fronte quello che è stato, fino a questo momento, l'albergo più bello: il Grand Hotel di Tusayan. Costruito con il classico stile della montagna americana, tutto in legno, molto caldo e accogliente, siamo stati accolti dal personale che ci ha assegnato una stanza con due letti, comunque ho chiesto una stanza matrimoniale, spiegando che eravamo in viaggio di nozze, ma purtroppo non c'è stato nulla da fare, anche se ad onor del vero le camere "Double Queen" come quella hanno si due letti "singoli", ma ognuno delle dimensioni di un nostro letto matrimoniale, l'addetta del front desk era veramente dispiaciuta, continuava a dire "Se mi avessero messo una nota che siete in viaggio di nozze vi averemmo assegnato un'altra camera", era proprio in ansia porella, infatti appena entrati in camera suona il telefono: era la ragazza che ci aveva accolto che chiedeva se poteva salire e così poco dopo si è presentata alla nostra porta con una bottiglia di champagne gelato e due flute con i complimenti della casa!
Che giornata perfetta: dal colpo di fortuna all'Antelope Canyon, allo champagne offerto dall'albergo all'arrivo al Grand Canyon e per la mia Signora è stata ancora più perfetta perchè l'albergo aveva piscina con idromassaggio interna, quindi ci si è fiondata istantaneamente, mentre io mi sono accontentato di una bella doccia che ha lavato via la sabbia rossa dell'Antelope Canyon.
Giusto per finire in bellezza: cena nella steak house interna dell'albergo, con musica country live, (il pensiero è andato ovviamente a Carlo dell'Happy Ranch), e successivo shopping compulsivo!
Bryce Canyon
Dopo una giornata tra il caldo della Death Valley e il fastidio della strip di Las Vegas, la tranquilla strada per il Bryce Canyon, una solitaria striscia di asfalto immersa tra il verde della prateria, è stata un toccasana per riprendere fiato e rilassarci, guidando tranquillamente mentre ammiravamo il panorama.
Passando per il Red Canyon siamo arrivati a Bryce, la cittadina alle porte del canyon dove avevamo l'albergo. Più che una vera e proprià città, era un centro per turisti: una pompa di benzina, due ristoranti, un fast food locale, un general store con un po' di tutto dall'abbigliamento all'attrezzatura da campeggio, un paio di negozietti di souvenir e tre o quattro alberghi.
L'ambiente era comunque molto bello, ancora una volta con quello stile far west un po' "costruito", ma comunque piacevole, anche l'albergo non era male, il classico motel americano come si vedono nei film, con la macchina parcheggiata di fronte alla porte d'ingresso, ma soprattutto con una connessione internet, lenta ma c'era!
Dopo un fugace hot dog nel locale fast food, ci siamo diretti al Bryce Canyon e devo dire che per ora è stata la visita che mi è piaciuta di più in assoluto!
Il canyon è spettacolare, con le sue guglie rosse e le formazioni rocciose che sembrano cattedrali gotiche costruite dalla natura nel corso di migliaia di anni, passando dai vari punti di osservazione, ammirando paesaggi che nemmeno le fotografie più dettagliate possono rendergli giustizia, tra corvi che atterrano curiosi a pochi centimetri dai turisti e scoiattolini che, più diffidenti dei corvi, ti osservano da un metro o due, mangiucchiando qualcosa per poi schizzare via a velocità incredibili.
Veramente trovo difficile trovare le parole per descrivere questo canyon, i suoi colori, i suoi profumi e l'incredibile sensazione di pace con se stessi e con la natura che emanava.
E ora, dopo l'ennesima sveglia all'alba per poter arrivare ad un orario decente alla nostra prossima tappa, son qui in macchina, mentre la Manu guida canticchiando e maledicendo i guidatori americani, tanto baldanzosi a correre sul dritto, quanto polli a inetti alla prima curvetta, scrivendo le mie impressioni con il portatile sulle ginocchia, vagando con i pensieri tra le memorie dei giorni passati e le aspettative dei prossimi.
La Death Valley e Las Vegas
Questa volta la svegli all'alba era voluta e indispensabile: dovevamo partire presto per la Death Valley per non attraversarla nel pomeriggio quando le temperature diventano impropobili!
La Death Valley è una landa desolata, al di sotto del livello del mare, battuta costantemente da un sole impietoso, con temperature che si aggirano intorno ai 50°C, il primo assaggio di cosa fosse l'abbiamo avuto arrivando dalle montagne circostanti, più precisamente da "Padre Crowley Point", una terrazza naturale che si affaccia sulla prima fetta di terra desolata della valle.
La prima sosta nella Valle della Morte l'abbiamo fatta in un piccolo punto di ristoro e con non poca sorpresa ci siamo ritrovati circondati da una schiera di coreani, tutti armati di portatili e palamari: erano ingegneri della Hyundai ed erano lì con tutti i nuovi modelli, mascherati e protetti dagli occhi indiscreti dei turisti come noi ed erano lì per metterli alla prova nell'ambiente più caldo e inospitabile, basta questo a farvi capire che cos'è la Death Valley.
I 46°C del punto di ristoro erano una bella botta, non c'è che dire, ma la sosta successiva al Visitor Center è stata proprio incredibile: lì la temperatura era 50°C!
Il paesaggio lunare, bruciato dal sole, le pietre sui terreni intorno alla strada annerite dai costanti e continui incendi che bruciano ciclicamente quel po' di vegetazione che cerca caparbiamente di crescere in questa landa desolata, tutto intorno a noi era un po' alieno, portandoci con la mente in quei film in cui l'eroe cammina trascinando i piedi in un deserto di roccie.
Lasciata la Death Valley ci siamo diretti verso l'opposto completo: dalla natura selvaggia e praticamente incontaminata, alla città del divertimento più sfrenato ... Las Vegas.
Arrivare a Las Vegas è come entrare in un Gardaland delle dimensioni di una città: luci sfavillanti, neon, maxi schermi ad alta definizione più grandi di casa nostra, il perenne rumore del traffico della strip, delle urla di quelli sulle montagne russe costruite nel New York New York Casino, la folla multi colore che si addensa nella strip, quasi sospinta avanti verso un nuovo club, verso un nuovo casinò, verso un altro divertimento costruito apposta per loro.
Las Vegas non mi è piaciuta.
E' un aglomerato di finti divertimenti, costellato di esagerazioni di tutti i tipi, ricolmo di personaggi che ci hanno fatto provare più tristezza e incredulità.
Dalle americane semi nude con tacchi vertiginosi che si vedeva non avevano mai portato e che probabilmente non avrebbe mai più portato, che arrancavano come papere zoppe, cercando di trattenere le gonnelline ascellari che ad ogni sofferto passo si alzavano di più, passando per personaggi alienati, seduti come Jabba the Hut di Guerre Stellari sulle loro sedie di fronte alla loro "slot fortunata", ognuno con il suo bel bicchierone di quarti di dollaro, una sigaretta in una mano, lo sguardo vacuo, intenti a ripetere sempre gli stessi gesti, in quella che penso fosse più un'abitudine che la vera ricerca del gioco.
Cena all'Hard Rock cafè, con un cameriere di origini croate di nome Dusan, che oltre al servirci ci ha intrattenuto con qualche chiacchiera, un bel po' di risate e ci ha reso più divertente la cena, ritirandoci un po' su dalla stanchezza della giornata.
Passeggiata di rito lungo la strip, il viale centrale di Las Vegas, fino al Bellagio per ammirare la famosa fontana con i getti a cannone che creano un balletto di luce e acqua veramente bello!
Alla fine della serata, stanchi della lunga passeggiata tra i neon e i rumori molesti, siamo tornati nella nostra suite, si perchè non ci hanno dato la stanza che volevamo noi con la vista sulla città, ma per lo meno ci hanno dato una stanza di categoria superiore, con tanto di salottino e bagno con vasca idromassaggio.
Mammoth Lake
Mammoth Lake è una zona turistica con una serie di laghi, tutti vicini l'uno all'altro, di diverse grandezze e forme, forse più rinomata come zona sciistica che estiva, i laghi erano belli e suggestivi, la cittadina tranquilla e ben curata, i villeggianti erano per la maggior parte nei camping o nei bungalow che sorgevano intorno ai laghi, pieni di barche a motore e qualche canoa e tanti, tanti, tanti pescatori: sembra che fossero tutti lì per un tranquillo week end di pesca, in barca o a riva, ma tutti rigorosamente seduti, con un paio di canne affianco, una birra in mano e una moglie annoiata intorno.
Devo ammetere che ci siamo un po' commossi in uno dei laghi, dove c'erano un sacco di cani che giocavano allegramente tra loro e con i loro padroni, tuffandosi per prendere il bastone o rincorrendosi nell'acqua o sulla riva, il pensiero non poteva non andare a casa nostra, alla nostra piccola Chicca, ricordando le giornate al lago con lei, non potevamo non pensare che questo viaggio sarebbe stato più "vero" se ci fosse stata anche lei, ma la vedremo presto al nostro ritorno e ho come l'impressione che sarà meglio presentarci con una muta da sub perchè ci laverà dalla testa ai piedi!
Yosemite
Arrivati in serata a Mariposa, ci siamo trovati di fronte una cittadina old style, architettura da far west, immersa nelle montagne, circondata dalla foresta, piccola e piacevole, con quella strana sensazione che ti lasciano molte di queste cittadine della provincia americana: quel mix di western style che sembra un po' fatto apposta per i turisti, mescolato con i neon e l'onnipresente pubblicità che cozzano l'uno con l'altro come se avessero cercato di trapiantare le luci di Broadway in un film di John Wayne.
Vista l'ora "tarda", (qui cenano prestissimo, per le 22 è tutto chiuso), abbiamo dovuto accontentarci di quello che era aperto e ci siamo trovati seduti in quello che mi ricordava molto quei fast food/gelaterie dei film anni 50/60 della provincia americana, con almeno un decina di televisori appesi sulle pareti, ognuno sintonizzato su un canale sportivo diverso, da quello che trasmetteva la lega junior di Baseball a quello con la pesca sportiva a coppie.
Il menù prevedeva: pizza!
Ebbene si, quello che stiamo notando è che qui in America le parti s'invertono: da noi in Italia si trovano i Fast Food americani e la gente ci va più che altro per sentirsi un po' "yankee", mentre qui hanno costruito catene intere di pizzerie stile fast food per sentirsi un po' europei e perchè no, anche un po' italiani.
Per la cronaca la pizza non era poi così malvagia, ne abbiamo mangiate di peggiori in Italia!
All'alba ero già fuori dalla camera, con la mia fedele Camel Light tra le dita, guardando il sole mentre si faceva strada dietro le montagne che circondavano il paese, un po' infastidito da questa specie di insonnia da jet lag che ancora mi attanagliava, circondato dal silenzio, aspettavo che la Manu si svegliasse per poter andare a colazione e partire per lo Yosemite.
Il parco in se stesso è stato alquanto deludente, non fraintendetemi, montagne, foreste, cascate e paesaggi mozzafiato, ma tutto bene o male molto simile a quello che possiamo trovare a casa nostra, quella che per me è la nuova casa, tra le montagne del Trentino. Come ci raccontò prima di partire la Helgritt, "E' come essere in Bondone" ed era vero!
Yosemite è stato praticamente solo una strada panoramica per andare oltre nel nostro viaggio, lo si capisce anche dalle nostre foto, quasi tutte scattate dalla macchina mentre si andava verso Mammoth Lake.
Monterey e Laguna Seca
Monterey mi ha deluso non poco, sarà stato forse il tempo da lupi, questo onnipresente grigio plumbeo che permeava tutto così come il freddo umido che ti prendeva nelle ossa, o sarà stato lo scontro tra quello che pensavamo fosse Monterey e quello che è in realtà, rimane il fatto che siamo stati fortunati a seguire i consigli di chi, come Andrea e la Helgritt ci hanno sconsigliato di passarci più di una notte.
Come diceva nel post "conciso", la mia Signora e Padrona, l'acquario ci è piaciuto: era piacevole e ben strutturato, con percorsi educativi e interattivi per i più piccoli, senza però banalizzare l'esposizione con giochi dementi, ma piuttosto stimolando la curiosità e il gioco con semplici escamotage, come per esempio un piccolo acquario che riproduceva l'habitat del basso fondale, con tanto di pesci e alghe, dotato di una manopola all'esterno, girando la manopola si creava la corrente, questa portava il cibo e i pesci, come nell'ambiente reale, cambiavano direzione a seconda di quella della corrente, invertendo la rotazione dela manopola, s'invertiva anche la corrente.
Sta di fatto che dopo un discreto pranzo all'interno dell'acquario stesso, ci siamo diretti verso la mecca del motociclista, almeno per quanto riguarda gli Stati Uniti: Laguna Seca!
Arrivati al circuito, guardandoci in giro per capire se potevamo entrare o meno, visto che era evidente che si stava preparando una gara, un gentilissimo "Gentleman Driver", (un attempato, ma sufficentemente ricco pilota privato), ci ha "scortati" all'interno dei paddock, facendoci parcheggiare direttamente in direzione gara e passando qualche minuto con noi, spiegandoci che si trattava della gara di auto storiche più importante d'America.
Imboscati dal barbuto gentleman driver, abbiamo passeggiato tranquillamente tra Talbot degli anni '30 e la Ferrrari da Formula 1 di Jacky Ickx, mentre io mi rifacevo gli occhi con tutto quella storia delle corse automobilistiche, la Manu però scalpitava per vedere la pista vera e propria.
Il fatto che ci fosse la gara non ci ha permesso di entrare nella vera e propria pista, di mettere insomma i piedi sul tracciato e fare per esempio la classica foto seduti sull'asfalto del Cavatappi, ma comunque ci siamo andati e l'abbia visto da bordo pista.
Abbiamo lasciato Laguna Seca per andare a Mariposa, già un pelo in ritardo sul ruolino di marcia, ma con il rinnovato proposito che una volta, chissà quando, io girerò a Laguna Seca!
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